Volavamo alti nel cielo insieme alle nostre convinzioni, trascinati giù solo dal peso dei nostri cuori che diventano sempre più fragili. Non c'era più tempo per le sigarette e per il caffè. Mi ha detto di dormire sul divano perché nel tuo letto non c'era spazio per le tue emozioni. E ti sentivo piangere, e ti sentivo gridare e poi ti sentivo piangere. Gridavi alla televisione che peggio di così si muore. Ha iniziato a piovere proprio quando andai a comprare i cornetti per fare colazione, quello alla marmellata era il tuo preferito. Quando sono tornato tu eri in bagno e ancora piangevi. Avevi versato tutto il caffè per terra e ripetevi che era tutta colpa mia. Era tutta colpa mia mentre gridavi addosso allo specchio che eri una puttana mentre io cercavo di aprire la porta hai iniziato a menarti. Cercai di sfondare la porta ma tu eri ancora lì che non volevi sapere di niente. Continuavi a ripetere che era colpa mia e che tu non eri perfetta. Alla radio davano la nostra canzone preferita. Il caffè, che avevo rifatto, si era raffreddato così come i cornetti caldi. E quando poi sei uscita dal bagno avevi tutto un rossore sul viso. Piangevi così tanto che il trucco ti era colato sul viso e sulla maglietta. Volevo solo abbracciarti, solo baciarti e fare l'amore con te fino al tuo compleanno. Mi hai detto che per natale volevi partire, volevi andare lontana e ridere, perché non eri più capace. Così dopo colazione siamo andati sul prato, vicino casa tua, in quel prato dove ci siamo conosciuti. Volavamo alti nel cielo insieme alle nostre tristi facce e le tue unghie sporche di sangue. Ci eravamo distesi sul prato per sentire il suono della terra, per sentire che quando muore un fiore nessuno piange per lui. Ed eri triste e non sapevo perché. Mi guardavi poi abbassavi lo sguardo, poi ti sistemavi la maglietta poi iniziavi a fumare. Ed era complicato, più del solito. Bevevamo la birra che ci eravamo portati, così iniziasti a dilagare, a divulgare a diluviare. Mi continuavi ad indicare con il dito il tatuaggio che ci eravamo fatti insieme, mi continuavi a dire che eri imperfetta e che in effetti era tutta colpa mia. I tuoi genitori non volevano saperne di vederti felice. I tuoi occhi divenivano sempre più di vetro. Volevo renderti felice e non ci sono riuscito, volevo vederti volare volta verso il cielo. Sapevo che l'Amore non si comanda, non si controlla e che quando ti sfugge di mano ti spinge a fare cose che quando ci pensi poi non riesci nemmeno a bestemmiare. Prendimi le mani e andiamocene, prendimi le mani e andiamo a fanculo insieme alla merda del nostro amore, che era più un parto cesareo. Volavamo sempre più in alto, insieme alle rondini e a quei gabbiani che ormai erano diventati neri, come i tuoi lividi e quel cazzo di divano del tuo salotto dove ho dormito ieri. Non c'era spazio per me, non c'era spazio per il tuo cuore, non c'era spazio per quel Ti Amo.
Con la dolcezza delle mie parole, chiesi al signore di giudicarmi affinché possa portarmi con sé in cielo; insegnandomi così l'arte dell'amore e la preghiera per le anime cieche che furono troppo egoiste per la verità. Sotto il cielo stellato, sotto il sole riflesso, sotto le nuvole dipinte essi si troveranno nel bosco; e capiranno che oltre a loro esiste qualcos'altro e la ragion loro non potrà quindi creder male. Non una, o dieci o mille parole sprecheranno per chiamarti, ma ne spenderanno una ripetutamente per adularti. E tu, nell'amore della tua benevolenza non potrai far altro che aiutarli, tra gli ostacoli delle loro paure e l'ignoranza del loro odio.