Giocavamo a fare i duri, su quel bianchiccio letto apparentemente distrutto dai tuoi sbalzi d'umore. La luce della lampadina soffusa, che creava l'atmosfera, che ci allontanava dal mondo, che ci portava - per un attimo, o forse due - in paradiso. Il buio dell'angolo, i tuoi peluche consumati dai tuoi pianti, e noi due a crearci; come Dio creava l'uomo. Salvaguardavamo i nostri occhi dai peccati e ci giuravamo amore eterno. Eravamo nudi, un po' sudati, su un letto vissuto, a guardarci fissi, a guardarci i sorrisi a guardarci i capelli. Lo specchio che scrutava, io che ridevo, tu che fumavi e mi chiamavi, urlavi. Credevamo nell'istante, nel rumore di quel silenzioso sospiro; credevamo nello Smack delle nostre labbra quando si baciavamo e del profumo della nostra pelle. Quella porta ormai sbuffa, è stanca, vittima delle nostre ingiustizie. Dal balcone, nudi, udivamo un suono; Amore. Cavalcavamo cieli come se fossero mari: tra le onde, tra gli scogli, tra le vittime del maremoto. Trascinavo te, il tuo sorriso e i tuoi occhi disegnati con lo stampino. Sei morta e intanto le mie mani hanno ancora il tuo odore. Era il biondo dei tuoi capelli, forse, troppo accecante.
Con la dolcezza delle mie parole, chiesi al signore di giudicarmi affinché possa portarmi con sé in cielo; insegnandomi così l'arte dell'amore e la preghiera per le anime cieche che furono troppo egoiste per la verità. Sotto il cielo stellato, sotto il sole riflesso, sotto le nuvole dipinte essi si troveranno nel bosco; e capiranno che oltre a loro esiste qualcos'altro e la ragion loro non potrà quindi creder male. Non una, o dieci o mille parole sprecheranno per chiamarti, ma ne spenderanno una ripetutamente per adularti. E tu, nell'amore della tua benevolenza non potrai far altro che aiutarli, tra gli ostacoli delle loro paure e l'ignoranza del loro odio.