Giocavamo a fare i duri, su quel bianchiccio letto apparentemente distrutto dai tuoi sbalzi d'umore. La luce della lampadina soffusa, che creava l'atmosfera, che ci allontanava dal mondo, che ci portava - per un attimo, o forse due - in paradiso. Il buio dell'angolo, i tuoi peluche consumati dai tuoi pianti, e noi due a crearci; come Dio creava l'uomo. Salvaguardavamo i nostri occhi dai peccati e ci giuravamo amore eterno. Eravamo nudi, un po' sudati, su un letto vissuto, a guardarci fissi, a guardarci i sorrisi a guardarci i capelli. Lo specchio che scrutava, io che ridevo, tu che fumavi e mi chiamavi, urlavi. Credevamo nell'istante, nel rumore di quel silenzioso sospiro; credevamo nello Smack delle nostre labbra quando si baciavamo e del profumo della nostra pelle. Quella porta ormai sbuffa, è stanca, vittima delle nostre ingiustizie. Dal balcone, nudi, udivamo un suono; Amore. Cavalcavamo cieli come se fossero mari: tra le onde, tra gli scogli, tra le vittime del maremoto. Trascinavo te, il tuo sorriso e i tuoi occhi disegnati con lo stampino. Sei morta e intanto le mie mani hanno ancora il tuo odore. Era il biondo dei tuoi capelli, forse, troppo accecante.
Le sue ciocche bione si sciolgono su quel verde Inglese, mentre gli occhi addolciscono ciò che è perso. Cupa, triste la ragazza accenna una lacrima; e ne continua con altre cento. Il vestito di un bianco mai visto, si trasforma in un obbrobrio nero. E le scarpette di ceramica blu, svaniscono nella distruzione più tale. Cosa le prende? L'azzuro nei suoi occhi svanisce. Perché piange? Non ha mai trovato l'amore. Persa nei suoi ricordi grida; ormai non vuole più mangiare. Corre nei tuoi occhi; pensando che non ci sarà un domani.